Abruzzo – Alla fine è successo quello che in tanti temevano e che tutti speravamo non accadesse: l’orso Juan Carrito è stato investito e ucciso. Il prezzo carissimo dell’essere stato libero in un mondo antropizzato che, purtroppo, non sa ancora gestire né governare l’assoluta e tenace volontà di un orso. Juan Carrito è stato fin da subito un essere imprevedibile e ingovernabile. Troppo confidente, troppo problematico.
Questo ha significato, per lui, un contatto esplicito e scandaloso col mondo degli uomini. Quegli uomini che, dopo quattro anni, lo hanno comunque condotto ad agonizzare su un pezzo d’asfalto su una strada statale posta fuori dai confini del Parco Nazionale. Si muoveva sulla neve, Juan Carrito, nel cuore di una stagione gelida che avrebbe dovuto trascorrere in letargo.
Le sue anomalie erano molte. Non calcolabili, non immaginabili. Tante le persone che hanno lavorato affinché lui restasse quel che è sempre stato: una creatura libera. L’alternativa sarebbe stata una sola: chiuderlo in un’area delimitata e costringerlo alla cattività. La sua morte è il segno tangibile di un sistema fragile nel quale l’uomo e l’animale abitano uno spazio comune ma non equo. Perché l’uomo rimane il più invasivo e il più deleterio, sempre.
Juan Carrito ha popolato le nostre pagine e la nostra fiaba abruzzese per quattro anni, fin da quando, piccolino, seguiva sua madre Amarena lungo le stradine dei borghi marsicani. Lo abbiamo visto rubare galline, biscotti, rifiuti. Lo abbiamo visto sulle piste da sci e in una stazione ferroviaria; lo abbiamo rimproverato perché giocava coi cani e non temeva le persone; lo abbiamo rincorso, filmato, fotografato e infastidito. Ma lui era più ostinato di qualsiasi regola. D’altro canto le regole e i divieti sono cose da umani, non da orsi.
Ora non c’è più e ci mancherà terribilmente. Con la morte di Juan Carrito termina nel peggiore dei modi l’illusione che questa nostra terra possa realmente accogliere e salvaguardare chi della libertà riesce a fare la propria essenza vitale. Ci mancherà perché sappiamo che nessun altro orso sarà come lui. Ora non ci resta che onorarlo per sempre tramutando la sua breve vita in leggenda.