VOCE DALL’ALDILÀ [29 ottobre 1917] “Passando da un villaggio, vediamo un grande incendio: era del materiale che veniva bruciato piuttosto di abbandonarlo al nemico. Le fiamme arrossavano il cielo e mille lingue di fuoco s’innalzavano minacciose. Nel mio spirito esaltato quell’incendio mi pareva un simbolo della nostra rovina!
Camminammo tutta la giornata e giunta la notte riposammo tutti, ufficiali e soldati, in un fienile. Dormii saporitamente. La mattina del 30 partimmo; avevamo lasciato il Torre e ci ritiravamo sul Tagliamento. Camminavo a stento dentro un paio di scarponi avuti da un soldato, le mie scarpe diventate inservibili… A Pinzano si cominciò a sentire il tiro furioso dell’artiglieria nemica ; granate, shrapnells facevano scempio di uomini e di materiale; una granata incendiaria cadde a trenta passi da me e colpì un camion che fu avvolto dalle fiamme. Temevo di non ritrovare la mia compagnia; giunto a un bivio trovo il maggiore *** col reggimento. Povero reggimento, 26 uomini il primo battaglione, 36 il secondo, 16 il terzo. Il maggiore diede l’attenti e presentò il reggimento al generale ***; reggimento di non più di duemila uomini ma di 78. A questi mi onoro di aver appartenuto. Quei 78 dovevano far testa di ponte al di qua del Tagliamento. Per ordine del tenente ***, misi i 26 uomini del nostro battaglione in linea a dieci passi d’intervallo l’uno dall’altro, con la baionetta in canna. Che linea irrisoria! Eseguito l’ordine tornai dal tenente ***; ero affamato, mi diede un po’ di cioccolato, ma non mi saziai, e entrato in un orto presi delle rape e le mangiai, anzi le divorai, così crude. Più tardi arrivò un pollo da dividere fra i nove ufficiali del battaglione.
Rimanemmo per ore ed ore sotto la pioggia ininterrotta; mi lasciai prendere cinque minuti dal sonno; posai la testa sulla spalla di un collega che mi svegliò ammonendomi che avrei preso una polmonite. Poco dopo, chiamato da un ciclista, vado al comando del reggimento, dove accetto volentieri l’invito del maggiore di sedermi a tavola con gli altri ufficiali. Andai a riposare, ma all’una dopo mezzanotte venne l’ordine di partire; camminammo fino al ponte di Pinzano; ma il piede gonfio e sanguinante non mi permetteva di andare al passo con gli altri, tanto che il colonnello *** mi disse: “Tenente, salga pure su una carretta”. Non esitai a seguire il consiglio, e salii su una carretta del genio con una coperta abbandonata da borghesi fuggiaschi, giacché nella confusione avevo perduto l’attendente con quel po’ di roba che m’era rimasta. E passammo il ponte; due giorni dopo vi passavano le truppe nemiche.
Il 1° di novembre il mio reggimento si trovava accampato a Valeriano, presso Spilimbergo; lo raggiunsi e, come sempre affamato, divorai un quarto di scatola di salmone offertomi dal capitano ***, e del biscotto datomi da un soldato.
Anche al di qua del Tagliamento lo spettacolo era doloroso: colonne di soldati passavano continuamente, e si vedevano soldati morti, addirittura sfigurati, in mezzo alla strada. Dormii per un’ora su un po’ di fieno, avvolto nella mantellina, e ripresi poi il cammino. Marciammo, marciammo, arrivammo in un paese di cui non ricordo il nome; la truppa dormì all’aperto, noi ufficiali ci seppellimmo in un fienile dopo aver mangiato un boccone di polenta e bevuto un bicchier di vino. Dormii benissimo, straordinariamente, per ben sette ore; mi alzai riposato, non sentendo più alcuna stanchezza.
Al mattino del due novembre riprendemmo la marcia; a un tratto facemmo alt, perché due aeroplani nemici mitragliavano la strada; ci riparammo ai lati, nei fossi; scomparso il pericolo, continuammo a camminare fino a Segnols, dove , dopo nove giorni di disagi d’ogni sorta sopportati con cuore di soldato, ma con una tristezza infinita, trovai un letto nella casa del sindaco che fu gentilissimo e volle far mensa comune. Comprai della biancheria usata ma pulita: ero rimasto con soltanto quella che avevo indosso, che albergava non pochi insetti… Sarebbe inutile continuare a raccontarvi giorno per giorno, delle nostre marce interminabili, dei soldati che stanchi e abbattuti rimanevano addietro, e delle difficoltà incontrate . Camminammo una volta per ventiquattr’ore, con sole tre ore di riposo; la notte del cinque novembre ci cibammo con carne cruda scaldata tra le ceneri e la brace.
L’undici novembre il maggiore elogiò con l’encomio semplice tutti gli ufficiali presenti in linea al di qua del Tagliamento; il sedici giungemmo a Villaga, presso Erbarano; l’utltima tappa fu Polverara, presso Padova, dove giungemmo il 21 novembre.”
È la narrazione della ritirata di Caporetto vergata da un semplice ufficiale di reparto, riportata dallo storico Adolfo Omodeo in Momenti della vita di guerra, tratta da Il cammino umano, Corso di storia, Armando Saitta, Firenze, La Nuova Italia, 1957.
La mantellina (ne vedevamo la foggia, verso il finire del secondo conflitto mondiale, sulle spalle di zi’ Dĕminnĕchĕ quando veniva ad accudire i suoi animali mentre noi ragazzi facevamo capannello nel piccolo spiazzo davanti alla sua stalla volta al sole e lui si intratteneva a dirci che aveva fatto la prima verra mĕndiala ), la mantellina che quel 1° di novembre 1917 avvolgeva a mala pena quel semplice ufficiale di reparto, rannicchiato su un po’ di fieno a prendere un po’ di sonno, porta a figurarci la mantellina addosso ai nostri soldati, alpini al fronte.
Qualcuno tra di loro sarà stato coinvolto in quella serie di azioni militari intraprese con il fine di marciare su Lubiana e su Trieste. La prima offensiva ebbe inizio nel maggio 1917 e portò alla conquista del Cucco, del Vodice e al raggiungimento della foce del Timavo sul basso Isonzo.
Fermata da una controffensiva, riprese a giugno con una sanguinosa battaglia sugli altipiani, ma senza effetto; nell’agosto si spostò sul medio Isonzo, conquistò per opera della seconda armata al comando del generale Capello l’altopiano della Bainsizza. Anche la vetta del monte Santo fu espugnata. Questa serie di offensive costò all’esercito italiano sforzi gravissimi e la perdita di ben 400.000 uomini, di cui 100.000 morti, senza raggiungere l’obiettivo prefissosi. Gli Imperi Centrali ritennero giunto allora il momento favorevole per chiudere la partita costringendo alla resa le forze dell’Intesa prima dell’arrivo delle truppe americane. L’offensiva venne scatenata il 24 ottobre 1917 nella conca di Plezzo e presso Caporetto. Quel che ne seguì lo abbiamo appena letto dalla penna del tenente.
Trentasei il numero dei caduti di Lecce in questo primo conflitto mondiale. Il 15 agosto del 1924 tutto il Paese volle commemorarli e perpetuarne il nome nel marmo di un ben classico monumento, mais où sont les neiges d’antan? (François Villon).
I VOSTRI NOMI ETERNATI
IN QUESTA COLONNA ROMANA
O FIGLI DI LECCE
NON DEGENERI DELLE MARSICHE VIRTU GUERRIERE
CHE PER LA PIU GRANDE ITALIA
GENEROSAMENTE
SULLE ARIDE ZOLLE DEL CARSO
E NELLE ACQUE DEL FIUME SITIBONDO
IL VOSTRO SANGUE MESCESTE
DIRANNO AI VENTURI
COME SI AMI LA PATRIA
Lato EST
Tenente MACERA ALFREDO
Sergente CORNACCHIA LORENZO
Caporale CARANFA CESIDIO
“ GRANDI BIAGIO
” MACERA SABATINO
“ SALVI ANGELO
“ VALLETTA ANGELO
“ VALLETTA MARCO
Soldato MACERA EMIDIO
“ SIMONICCA LUIGI
“ SPERA CAMILLO
“ VALLETTA ROCCO
“ ZURLO ERNESTO
“ BARILE BERARDO
Lato SUD
Tenente LUPI CELESTINO
Caporale CORNACCHIA ARCANGELO
“ CORNACCHIA GIOVANNI
“ DELLA COSTA SANTE
“ FLAMMINI GIOVANNI
“ GRANDI SEBASTIANO
Soldato BRUNETTI ALCIBIADE
“ LEONE CESIDIO
“ LEONE ANTONIO
“ RANALLETTA BIAGIO
“ SANTILLI FRANCESCO
Lato OVEST
Tenente GIUGIOLONI CESARE
Caporale BERNABALE LUIGI
“ GALLOT TI BIAGIO
“ SANTILLI LEONE
“ TERSONI ANTONIO
“ VALLABINI GIOVANNI
“ VALLETTA DOMENICO
Soldato GALLOTTI LORENZO
“ MACERA VINCENZO
“ TERRA DOMENICO
“ TERRA BENEDETTO
“ FULVI ANTONIO
Vero è ben, . . . ! Anche la Speme ,
ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve
tutte cose l’oblio nella sua notte.
(Ugo Foscolo, Dei Sepolcri, vv, 16-18)