Pescina – Nel pomeriggio di oggi la comunità di Pescina si riunisce nella chiesa di Santa Maria delle Grazie per porgere l’estremo saluto a Luigi del Grosso.
Luigi Del Grosso è nato a Pescina nel giugno del 1924, a breve avrebbe compiuto la bellezza di 100 anni.
Luigi non si è mai distaccato dal suo spirito curioso e brillante, caratteristiche che lo hanno accompagnato lungo tutto il corso della sua vita, sia nella quotidianità che nel mondo del lavoro. Ma è nel tempo della pensione che aveva scoperto una nuova vocazione: trasformare i ricordi in parole scritte. Quasi per gioco, aveva iniziato a raccogliere le memorie di una vita vissuta intensamente e, spinto dall’incoraggiamento di amici e conoscenti, decise di pubblicarle.
Queste opere non sono solo un viaggio nel tempo, ma un ponte generazionale che unisce il passato al presente e al futuro. Con la pubblicazione dei suoi libri, Del Grosso ha voluto offrire un omaggio affettuoso agli anni vissuti e, allo stesso tempo, fare un dono speciale ai suoi nipoti, consegnando loro un’eredità di storie e insegnamenti preziosi.
Di seguito riportiamo due scritti che Luigi ha affidato alla carta, dedicandoli al suo paese. Questi testi non sono semplici insiemi di lettere ma sono piuttosto echi di una vita vissuta.
Attraverso questi scritti, Luigi offre una finestra sul suo mondo, su quei luoghi che, seppur mutati dall’ineluttabile passaggio degli anni, restano immutati nel cuore di chi ancora sa riconoscerne l’essenza.
Che pena!

Vado a san Berardo per cercare una boccata d’aria che credo di trovarla più leggera,
ci vado anche per contemplate quello che non ci sta più.
E’ fatica per me arrivare sotto quel mozzone di campanile
perché ormai i miei passi a malapena permettono che una scarpa possa passare l’altra.
Ma ci sono arrivato.
Ho fatto la pria riflessione sulla tomba di Silone. Chi non se lo può ricordare?
Un pensiero, una preghiera, un saluto a modo mio e gli ho girato le spalle per guardare il panorama solo per distrazione.
Guardo quella discesa ripida fino all’acqua luccicosa del Giovenco, rimango a fissarla e dalla vista al pensiero e al ricordo vedo la processione che sta risalendo a monte per rientrare in chiesa, ma non ci sta più.
Ci stà solo quel mozzone di campanile.
Che pena
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L’ultimo seminatore

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Di seguito una poesia in dialetto romanesco del nipote Roberto in onore del suo nonno:
Che te possino nonnì!
Ch’hai combinato?
Mo che stavi pe fa ‘n secolo te ne sei annato?
Io già me immaginavo la fanfara
Coriandoli e festoni su pe l’aria
I rioni der paese come ar palio
Pronti a festeggià st’anniversario
Ma tu me sa che già ce lo sapevi
Perché proprio poco prima der trapasso
Hai dato direttive passo passo
Der funerale che te immaginavi
Dettandoce li urtimi pensieri
Per ricordà che gran signore eri