È solito dedicare libri ed articoli a quegli uomini famosi che hanno segnato la nostra storia. Ma ce ne sono stati tanti di cui non se ne conosce le generalità, né dove hanno vissuto, né quando precisamente, che sono stati grandi e decisivi per la nostra evoluzione: lo scopritore della pietra focaia, dell’ossidiana, del sale da cucina, il primo navigatore, il primo che impiegò un animale nei trasporti o che costruì una ruota, che inventò l’ago, il telaio, l’arco, la zappa, la lavorazione dell’argilla, e si potrebbe continuare per ore. Perfetti sconosciuto, uomini e donne, ai quali l’umanità deve molto.
Ma com’era la giornata del nostro primitivo antenato? Si può supporre che il nostro uomo fosse nato in Europa, magari proprio qui nella Marsica, tra i 20.000 e i 10.000 anni fa. Egli conosceva la donna che lo aveva generato perché lo aveva nutrito, riscaldato, vestito, portato sulle spalle durante le lunghe migrazioni delle tribù, ma del padre era incerto se non che fosse uno dei cacciatori della tribù. Gli uomini vivevano una vita in comune tra loro, separata da quella delle donne e dei bambini. Erano i cacciatori e costituivano la forza e l’intelligenza della tribù. Erano loro che procuravano il cibo affrontando le belve, che decidevano e guidavano le migrazioni, che combattevano contro i predoni.
Le donne e i bambini vivevano alle dipendenze, rassegnate e umili. Non esistevano vecchi: la vita era così dura che si moriva presto. Il nostro illustre primitivo crebbe vivendo in comune con gli altri bambini, in attesa di diventare abbastanza grande da essere cacciatore. Osserò gli uomini, li seguì, imitò, fu la sua scuola. Solo un uomo si occupò di lui, lo stregone, più stimato di un cacciatore e più sapiente, più misterioso, con strani poteri magici:l’unico in grado di curare le malattie, di propiziare la caccia, di leggere le stelle, tenere il conto delle lune e delle stagioni, memoria della tribù. E fu proprio lui che istruì il nostro uomo, lo trasformò in cacciatore, sottoponendolo alle prove di coraggio.
Dura, terribile era la vita dei cacciatori. Sempre in cerca di cibo, sempre in lotta con gli animali, il freddo, le intemperie, le foreste, le insidie della natura. Brevi momenti di riposo dove mangiavano da scoppiare, poi di nuovo a lavoro, a battere selci per modellare asce, lance, coltelli, foggiare bastoni, a legare con le budella degli animali gli utensili di pietra ai manici di legno. Le donne aiutavano ma anche loro avevano il loro da fare tra allevare figli, raccogliere radici e bacche, far provvista di legna, mantenere il fuoco acceso, cucinare il cibo, affumicarlo per l’inverno, conciare pelli, confezionare indumenti e calzature. . . Questo ci fa supporre che forse fu proprio una donna a fare quelle piccole scoperte per noi così importanti. Anche il nostro uomo ebbe una compagna ed ebbe molti figli, pochi divennero adulti. Ma a qual tempo veniva presto la fine: rari erano quelli che superavano i 40 anni.
Ed anche il nostro illustre primitivo morì giovane, forse ferito da una belva, o da una caduta in un crepaccio, o logorato dalla fatica o divorato da una tribù antropofaga. I compagni gli fecero un funerale degno di un cacciatore. Il suo corpo fu tinto di rosso con polvere d’ocra per ridargli il sangue perduto; le sue gambe furono legate, perché non potesse tornare a molestare i vivi, poi con le ginocchia piegate al petto fu deposto in una buca, nell’atteggiamento di dormire.
Attorno gli furono deposte le armi, i suoi strumenti di pietra perché li usasse anche nell’aldilà. Poi tutto fu coperto con un tumulo di pietra. Ne lapidi a ricordarlo, ne riconoscimenti, ne gloria, eppure a lui dobbiamo il nostro agio, perché i suoi furono i primi passi verso il progresso.