8 Marzo, una poesia per ricordare la condizione femminile nella società agro-pastorale delle antiche comunità nel Fucino

|Women Unite for Women’s Liberation!
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Donne riunitevi per la liberazione della donna, era uno degli slogan del Women’s Lib, ossia del Movimento di Liberazione della donna negli anni sessanta.

Maria Assunta Oddi

“Il femminismo è una filosofia che appartiene a tutte le donne” dichiarò un volta Simone de Beauvoir. Del resto non si nasce donne: si diventa.
Come scriveva Oriana Fallaci: “Essere donna è così affascinante, è un’avventura che richiede un tale coraggio, una sfida che non finisce mai”.

Attualmente, nella cultura civilizzata, o presunta tale, la donna sta riuscendo, a volte tra forti resistenze, a conquistarsi sempre nuovi spazi vitali, soprattutto in un mondo del lavoro decisamente tecnologico e competitivo. Anche il vocabolario ha declinato al femminile professioni e cariche prima solo al maschile. Si è diffusa la tendenza a usare forme come la ministra, la prefetta, l’avvocata, la notaia, la magistrata. Non si tratta solo di una rivoluzione lessicale e grammaticale ma di una reale emancipazione nella vita quotidiana. Tuttavia nel cammino verso la liberazione dai pregiudizi per superare la “Discriminazione di genere” c’è ancora molta strada da percorrere prima di giungere all’effettiva uguaglianza tra uomo e donna. In ogni caso è bene ricordare che “parità” non significa “equivalenza”, bensì valorizzazione delle diversità per un disegno di comune promozione socio-culturale. La donna sarà veramente liberata nel contemporaneo affrancamento dell’uomo da antichi stereotipi circa i ruoli maschili e femminili.

Qualcuno ha suggerito: “Vivi con quelli che possono renderti migliore e che tu puoi rendere migliore. C’è un vantaggio reciproco, perché sia gli uomini che le donne mentre insegnano, imparano”. 

Una poesia per ricordare la condizione femminile nella società agro-pastorale delle antiche comunità nel Fucino, ma soprattutto per narrare la forza dell’amore presente nella logica della “cura”. 

Rimembranza.

Ricordo i capi chini
Raccolti tra le mani,
Abbrutite dal sole
E dal lavoro dei campi,
Delle donne nella mia famiglia.
La vergogna dei corpi illividiti
Dalla violenza e dall’ingiuria.
La dedizione totale di chi
Si annienta nell’altro.
Il sacrificio di ogni cosa
Al proprio figlio.
I sorrisi sfioriti in smorfie.
Gli occhi colmi di lacrime
E di spavento.
Gli sguardi trafitti da incubi notturni.
I passi insicuri dell’uomo ubriaco
Di vino e di miseria.
La strada polverosa
Teatro di baruffe e di giochi.
L’innocenza fantasiosa dei miei anni.
La fratellanza profonda
Di chi patisce la fame
Di tutto e di niente.

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